Aspettare è l'unica cosa che facciamo tutti, ogni giorno, dalla mattina alla sera, senza che nessuno ce lo abbia mai insegnato. Aspettiamo la sveglia, aspettiamo il caffè, aspettiamo la risposta, aspettiamo che passi, aspettiamo che arrivi, aspettiamo che cambi. Siamo bravissimi ad aspettare. Il problema è che non sappiamo perché.
Due uomini su un palco quasi vuoto. Un albero. Una strada. Nient'altro. Aspettano qualcuno che si chiama Godot. Non sanno chi sia. Non sanno se arriverà. Nel frattempo parlano, litigano, si addormentano, si svegliano. Alla fine della sera arriva un ragazzino con un messaggio: Godot non verrà oggi. Forse domani.
Domani è uguale a oggi. Godot non arriva.
Questa è Aspettando Godot, opera teatrale di Samuel Beckett, 1952. Ma è anche, stranamente, la trama di un romanzo italiano scritto dodici anni prima.
Si chiama Il deserto dei Tartari. Dino Buzzati lo pubblica nel 1940. Il tenente Giovanni Drogo arriva giovane alla fortezza Bastiani, ai confini del regno, e comincia ad aspettare i Tartari, un nemico leggendario che dovrebbe arrivare dal deserto. Aspetta un anno. Poi dieci. Poi trent'anni. I Tartari non arrivano. La vita passa. Drogo continua a guardare l'orizzonte dal bastione, convinto che valga la pena resistere ancora un po'.
Buzzati e Beckett non si sono mai letti, o almeno non sappiamo che si siano cercati. Eppure hanno scritto la stessa storia: qualcuno aspetta qualcosa che non arriva, e quella attesa diventa la sua intera esistenza.
La differenza è una sola, e fa tutta la differenza. Drogo sa cosa aspetta. Ha un nome, una direzione, un nemico con una forma precisa. La sua attesa è piena di senso, almeno così gli sembra. Vladimir ed Estragon non sanno quasi niente di Godot. Aspettano lo stesso, perché smettere di aspettare significherebbe decidere, e decidere fa più paura di qualsiasi Godot.
Eccola, la cosa che nessuno dice mai apertamente: a volte aspettiamo non perché crediamo che qualcosa arriverà, ma perché aspettare è più comodo che agire. Drogo lo chiama fedeltà. Vladimir ed Estragon non gli danno nemmeno un nome.
Tu come lo chiami?
C'è un modo per scoprirlo. Vai a vedere Aspettando Godot la prossima volta che va in scena vicino a te. Siediti in quella sala, guarda quel palco quasi vuoto, quell'albero solo, quei due uomini fermi. E mentre aspetti che inizi lo spettacolo, pensa a cosa aspetti tu. Poi prendi Il deserto dei Tartari in biblioteca e leggilo. È breve, è preciso, e a un certo punto ti fermi e capisci che Drogo lo conosci già.

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