Dorian Gray ha inventato il filtro perfetto
centoventi anni prima di Instagram. Aveva un ritratto che invecchiava al posto
suo, accumulava rughe, brutture e colpe, mentre lui restava bello, giovane e
presentabile a tutte le feste. Fuori impeccabile. Dentro un orrore.
Carmen, nel frattempo, stava inventando il
ghosting. Don José la ama, la segue, abbandona tutto per lei, e lei continua a
fare esattamente quello che vuole. Lo tratta benissimo quando le fa comodo e
sparisce quando non le serve. Lui impazzisce. Lei balla.
Oscar Wilde scrive il romanzo nel 1890.
Georges Bizet porta Carmen in scena nel 1875. Quindici anni di distanza, due
opere completamente diverse, eppure parlano della stessa cosa: cosa succede
quando vuoi qualcosa così tanto da smettere di vedere quello che ti sta
facendo.
Wilde e Bizet non stavano scrivendo storie
d'amore. Stavano scrivendo storie di specchi rotti.
Viviamo in un'epoca in cui possiamo
scegliere quasi tutto di quello che mostriamo. La foto migliore, il sorriso
giusto, il momento riuscito, persino la canzone perfetta da mettere sotto una
giornata pessima. Siamo diventati bravissimi a montare il trailer. Il film
completo, però, lo conosciamo solo noi.
E a forza di curare il trailer può succedere
una cosa strana: cominciamo a giudicare anche noi stessi da spettatori. Se la
giornata non è abbastanza bella, il corpo abbastanza giusto o la relazione
abbastanza felice, sembra quasi che ci sia qualcosa da correggere.
Dorian vuole che il mondo continui a vedere
la sua faccia perfetta mentre il ritratto registra il resto. Don José
costruisce lo stesso tipo di trailer. Si racconta che quello che prova per
Carmen sia così forte da giustificare tutto. Ma è una confusione facile da fare
anche oggi.
"È geloso perché mi ama."
"Controlla dove sono perché ha paura di perdermi."
"Mi scrive continuamente perché ci tiene."
A volte una frase romantica è soltanto un
problema con una bella colonna sonora.
Carmen rifiuta di appartenere a qualcuno.
Dorian rifiuta di fare i conti con quello che sta diventando. Direzioni
diverse, stessa trappola: credere che bloccare qualcosa equivalga a possederlo.
Entrambi cercano di impedire alla realtà di cambiare. Entrambi scoprono che non
funziona.
Forse per questo il ritratto di Wilde e la
musica di Bizet continuano a colpire. Ci ricordano che ciò che nascondiamo non
smette di esistere, e ciò che amiamo non diventa nostro solo perché abbiamo
paura di perderlo.
La prossima volta che scorri un profilo
perfetto o senti raccontare una relazione da film, chiediti: sto guardando la
storia o soltanto il trailer?
In biblioteca c'è Il ritratto di Dorian
Gray. È breve, elegante, e si legge tutto d'un fiato. E a differenza del
ritratto, non lascia segni visibili. O quasi. Carmen, invece, falla partire in
cuffia. Attenzione: nessuno dei due è particolarmente bravo con i finali
felici.

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