Immagina un
reality show. Scenografia lussuosa, regole ferree, eliminazione garantita per
chi sbaglia. La differenza con Squid Game? Qui non ti sparano. Ti tagliano la
testa. E la conduttrice è una principessa.
Benvenuti a Turandot,
opera lirica di Giacomo Puccini — e, nello stesso identico momento, nel romanzo
più claustrofobico del Novecento: Il processo di Franz Kafka. Due opere
scritte a un anno di distanza, in paesi diversi, da persone che probabilmente
non si sono mai incrociate. Eppure raccontano la stessa storia: qualcuno si
trova davanti a un sistema più grande di lui, e deve capire in fretta le regole
prima che le regole lo eliminino.
Solo che in
un caso le regole le conosci. Nell'altro no.
Turandot è
bellissima e letale: ogni pretendente deve risolvere tre enigmi. Risposta
sbagliata, testa mozzata. Quando arriva Calaf — uno straniero convinto di
essere l'eccezione — risponde a tutti e tre. Vince. E poi fa la cosa più
assurda possibile: rimette tutto in gioco. Lancia a Turandot una nuova sfida,
scopri il mio nome entro l'alba, perché vuole essere scelto davvero, non solo
tollerato.
Il nome
diventa l'ultima carta. L'ultima chiave. L'ultimo rischio.
Franz Kafka,
quasi in contemporanea, scrive di un certo Josef K. che si sveglia una mattina
e viene arrestato. Nessuna spiegazione. Nessuna accusa chiara. Esiste un
tribunale, esistono dei giudici, esiste una colpa — ma nessuno gliela dice.
Josef K. passa il resto della sua vita a cercare di capire di cosa sia
accusato. Ogni porta che apre porta a un'altra porta.
Anche qui il
nome conta. Solo che quello che manca non è il nome del pretendente: è il nome
della colpa. E senza saperla, difendersi è impossibile.
In Turandot
l'enigma è la prova. Ne Il processo l'enigma è il sistema stesso.
Calaf sa
esattamente cosa gli viene chiesto. Josef K. non lo saprà mai. Ed è proprio
questa la differenza che fa male — perché riconosci entrambe le sensazioni.
Quella di stare in piedi davanti a qualcosa di difficile ma almeno visibile. E
quella, molto più comune, di muoverti dentro regole che nessuno ti ha spiegato,
in una partita dove non sai nemmeno se stai vincendo o perdendo.
Il gruppo
con dinamiche non scritte che tutti conoscono tranne te. La valutazione che non
capisci perché è andata così. Il sistema che si giustifica citando sé stesso.
Puccini e
Kafka non hanno inventato niente di nuovo. Hanno solo messo su carta qualcosa
che esiste da sempre: il potere che si protegge rendendo le proprie regole
illeggibili.
La prossima
volta che ti senti dentro un meccanismo che non riesci a decifrare, la prima
cosa da fare non è trovare la risposta giusta. È capire qual è la domanda vera.
Il processo è in biblioteca. È breve, è
inquieto, è modernissimo. E dopo le prime dieci pagine avrai la fastidiosa
sensazione di averlo già vissuto.

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