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lunedì 29 giugno 2026

Il problema non è il caffè. - Rossini e Yagi contro le regole assurde

“Già che ci sei…” 

Tre parole innocenti. Spesso il modo più elegante per assegnarti un compito che nessuno aveva mai pensato di assegnare agli altri.

Alla signorina Shibata succede con le tazze. È l’unica donna del suo ufficio e, quasi per magia, servire il caffè, pulire e riordinare finiscono tra le cose che ci si aspetta da lei. Non sono le sue mansioni. Semplicemente, nessuno sembra trovare strano che tocchino proprio a Shibata.

Finché Shibata smette di collaborare con la normalità.
Dice di essere incinta.

Da lì nasce Il diario geniale della signorina Shibata di Emi Yagi: una gravidanza inventata che le permette di rallentare, avere tempo per sé e osservare da una posizione nuova il lavoro, la solitudine e anche le aspettative che il mondo appoggia sulle donne senza chiedere permesso.

A prima vista Rossini sembra stare in un altro pianeta.

Siviglia, serenate, barbiere, travestimenti, un tutore geloso, gente che entra ed esce da una casa mentre l’orchestra corre come se avesse bevuto troppi caffè.

Poi però c'e Bartolo.

Rosina è giovane, ricca, vive sotto la sua tutela. Lui vuole sposarla e organizza il futuro come se la volontà della ragazza fosse un dettaglio amministrativo. La sorveglia, la chiude in casa, cerca di impedire i contatti con Almaviva.

Bartolo non pensa di essere il cattivo di una storia. Ed è proprio questo il punto.

Le regole più resistenti non sono sempre quelle che qualcuno impone gridando. Spesso sono quelle diventate così normali che non sembrano più regole.

La donna dell’ufficio sistema le tazze.
Il tutore decide. 
La ragazza obbedisce.
“Si è sempre fatto così.”
Poi qualcuno smette.

Figaro non distrugge il sistema di Bartolo. Lo hackera.

Usa travestimenti, lettere, equivoci, identità inventate. Prende proprio ciò che Bartolo considera sicuro, cioè ruoli, autorità e apparenze, e lo trasforma in un punto debole.

Rosina, intanto, è tutt’altro che docile. Scrive al suo innamorato, mente a Bartolo quando serve, capisce il gioco e partecipa attivamente al piano. Non aspetta soltanto di essere liberata: collabora alla propria fuga.

Shibata fa qualcosa di diverso, ma sorprendentemente vicino.

Non organizza una rivoluzione aziendale. Non convoca una riunione. Non prepara un discorso solenne contro il sessismo dell’ufficio.

Dice una bugia.
E lascia che siano le aspettative degli altri a fare il resto.

La differenza conta. Rosina combatte un controllo esplicito; Shibata fa emergere un automatismo quasi invisibile.

Una vive in una commedia dell’Ottocento dove un uomo pretende di decidere chi sposerà.
L’altra in un ufficio contemporaneo dove nessuno ordina ufficialmente “le donne devono sparecchiare”, ma alla fine sparecchia sempre lei.

Il potere cambia vestito. A volte perfino tono di voce.

Rossini non trasforma tutto questo in una predica. Fa l’opposto: musica che accelera, porte che si aprono, personaggi che si travestono, Bartolo sempre più ridicolo mentre tenta disperatamente di mantenere l’ordine.

Yagi sceglie un’ironia più fredda. Shibata non alza la voce. Lascia crescere una finzione dentro un ambiente che accetta senza problemi molte cose assurde, purché siano quelle a cui è abituato.

Naturalmente non ogni bugia diventa intelligente e non tutte le regole vanno aggirate. Sarebbe una morale troppo comoda.

La domanda interessante è un’altra: cosa succede quando rispettare perfettamente le regole significa accettare un gioco costruito perché tu perda?

In quel caso, forse, il problema non è il caffè. E nemmeno il matrimonio.
Il problema è quella frase che arriva sempre con aria innocente:
“Si è sempre fatto così.”

La prossima volta che la senti, non serve per forza organizzare una rivoluzione.

Potrebbe bastare una domanda. Perché?

Bartolo l’avrebbe odiata.

Nell’ufficio di Shibata, invece, nessuno aveva pensato di farla.

Uomo in abiti tradizionali sulla soglia di un ufficio, osservato da una donna alla scrivania.

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